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La voce contemporanea in Italia vol 3

Indice
La voce contemporanea in Italia vol 3
Interviste ai compositori
Recensioni
Interviste al Duo Alterno

CD Stradivarius (Milano, 2007) prodotto da Rive-Gauche Concerti con il sostegno di Regione Piemonte e Fondazione CRT.
Questo è il terzo CD della serie dedicata al repertorio vocale da camera italiano del '900 e contemporaneo.
Interpreti: Duo Alterno (Tiziana Scandaletti soprano, Riccardo Piacentini pianoforte).


Estratto da "La voce contemporanea vol. 3"


TRACKLIST
Aldo Clementi
Due Poesie per voce femminile e pianoforte (1946)
I.
II. Choses du soir
Testi di Rainer Maria Rilke e Victor Hugo.
Edizioni Suvini Zerboni

Alberto Colla
Due liriche da Rilke per soprano e pianoforte (2005) dedicato al Duo Alterno
I. Die Irren
II. Irre im Garten
Testi di Rainer Maria Rilke.
Edizioni Ricordi

Luca Lombardi
Ophelia-Fragmente per voce e pianoforte (1982)
I. Da Europa der Frau
II. Wildharrend /In der Furchtbaren Rüstung / Jahrtausende
Testi di H. Müller.
Edizioni Ricordi

Giacomo Manzoni
Du Dunkelheit per voce femminile e pianoforte (1998) dedicato al Duo Alterno
Testo di Rainer Maria Rilke.
Edizioni Curci

Carlo Pinelli
Se un giorno tu per voce femminile e pianoforte (2002) dedicato al Duo Alterno
Testo di Heinrich Heine (trad. it. Carlo Pinelli).
Inedito

Alessandro Solbiati
Da "Hölderlin Lieder": I per voce e pianoforte (2000) dedicato al Duo Alterno
Testo di Friedrich Hölderlin.
Edizioni Suvini Zerboni

Fabio Vacchi
Mignon (Über die Sehnsucht) per voce e pianoforte (1995)
Testo di Wolfgang Goethe.
Edizioni Ricordi


Il Duo Alterno racconta...

“Tema: la nuova liederistica in Italia, ovvero compositori da camera che guardano alla Mitteleuropa. Dopo le due tematiche sintetizzate nel primo e secondo CD – 1) la corrispondenza biunivoca tra compositori e poeti del Novecento e 2) tradizione popolare, gesto e contaminazione –, il Duo Alterno individua un’altra linea programmatica che caratterizza il camerismo vocale italiano degli ultimi decenni.

Sarebbe però banale, oltreché gravemente riduttivo, tradurre questa linea in una semplice constatazione di fatto che trova le sue ragioni in un preciso percorso storico e culturale che dalla civiltà musicale viennese e poi tedesca ci porta, peraltro attraverso vie non sempre rettilinee né da tutti condivise, alla più recente produzione.

Meglio allora scoprirvi delle ricorsività più intime e segrete, che soltanto una assidua frequentazione delle musiche e dei compositori ha potuto rendere accessibili. A cosa ci riferiamo? Alla nostra diretta esperienza per la quale in oltre dieci anni di ricerca e di «studio matto e disperatissimo» ci siamo incaricati di rintracciare alcune linee guida all’interno di un repertorio tutt’altro che praticato, con la complicità di un buon numero di compositori, giornalisti e musicologi, sponsor, organizzatori, discografici...

Questo non sarebbe stato in alcun modo possibile se non avessimo perseguito millimetricamente e senza vistose eccezioni la procedura che segue: a) centrare un obiettivo di indagine che, dapprima vago e preconcettualmente (in)distinto, si è fatto progressivamente più chiaro nelle sue diverse inclinazioni (quindi da un non meglio precisato camerismo vocale italiano degli ultimi cent’anni fino alla perimetrazione di ambiti circoscritti che prima non risultavano nitidi né a noi né, per quanto ci risulta, alla stessa storiografia della vocalità italiana); b) studiare i lavori preconcettualmente individuati e operarne una selezione progressiva attraverso l’esecuzione in concerti pubblici e la presentazione in master-class universitarie; c) procedere a incisioni live di natura provvisoria e funzionale, banco di prova per ulteriori selezioni, sottoponendole non solo ai compositori ma a musicologi e – perché no? – a musicofili dall’orecchio fino; d) insistere più volte nelle esecuzioni pubbliche di un medesimo lavoro (alcuni sono stati da noi eseguiti non meno di trenta volte), smitizzando l’abominevole rito della prima esecuzione che ci sembra francamente pilatesco, sia nei confronti di chi compone sia di chi esegue e con ciò pensa di sdebitarsi, e che, a fronte delle migliaia di esecuzioni del più stucchevole repertorio di routine, dovrebbe farci vergognare della nostra frequente ignoranza verso le opere contemporanee; e) quindi, lasciando decantare le molteplici esperienze così acquisite, definire una strategia "artistica" per l’incisione discografica, tale che non solo i brani siano stati eseguiti più volte dal vivo e presentati in master-class, workshop, lecture, seminari etc. ma rimangano impressi per almeno altri duecento anni (così dicono gli esperti) su un supporto ottico la cui confezione viene seguita passo passo dal Duo Alterno, dalle prime fasi della registrazione a quelle criptiche e delicate del montaggio, da noi inteso come un decisivo prolungamento della traduzione interpretativa, durante il quale le competenze foniche devono diventare un tutt’uno con quelle compositive (quanti fonici lo sanno fare?).

Ora è proprio all’interno di questi cinque step che la diretta esperienza si fa per noi viva e anzi vivissima. E cosa scopriamo? Che, al di là delle valutazioni storico-musicologiche, i nostri compositori puntano su elementi minimi e ricorrenti che costituiscono la chiave di accesso a nostro avviso più preziosa non solo per il musicista ma anche per chi della musica fruisce da un punto di osservazione esterno, che in molti casi è quello privilegiato ai fini di una più profonda comprensione.

Ed ecco alcune ricorsività sulle quali soprattutto la nuova liederistica ci ha portati a riflettere baipassando la superficie del più ovvio link mitteleuropeo, che lasciamo dove sta senza togliere nulla alla sua evidenza.

Nella maggior parte dei compositori con cui ci siamo "musicalmente incontrati" l’attenzione si è focalizzata in una manciata di minuti densissima. La metabolizzazione di questi pochi istanti e una gestazione relativamente lunga da parte nostra, prima e durante la realizzazione del CD, ha richiesto in questo caso tempi decisamente maggiori rispetto al secondo CD (il cui tema era "tradizione popolare, gesto e contaminazione") e, seppure con un gap inferiore, anche rispetto al primo. Il riferimento al carattere aforistico di molte composizioni di Webern, e non solo, è così scontato da finire per non essere incondizionatamente vero, rimandando invece alle tradizioni al confronto quasi remote della liederistica tedesca romantica (da Schubert a Brahms) o tardo-romantica (da Wolf a Mahler e oltre, dribblando Strauss, fino a Berg) e, nel caso specifico di Carlo Pinelli, allo stesso camerismo italiano di Ghedini (non a caso il suo pezzo è l’unico a utilizzare un testo tradotto in Italiano). Ma è per l’appunto questo che intendiamo sottolineare: che una permanenza così intensiva su qualche decina di misure richiede una cura millimetrica, vorremmo dire maniacale, fatta di "monitoraggi" lievi e quasi impercettibili, tali che dall’interprete che decodifica all’ascoltatore che infine riceve la qualità della percezione si fa quanto mai rarefatta. E’ come ascoltare letteralmente immersi in una assorta apnea, senza possibilità di distrazione, sempre concentrati e pronti a cogliere la più sottile sfumatura. Si tratta di un aspetto che muove certamente dalla straordinaria pregnanza dei testi, dal ricondurli più o meno intenzionalmente al grembo di una tradizione che nel breve arco di tre-quattro minuti ha saputo distillare singoli capolavori di perfezione nei quali il testo accende la musica di bagliori rapidi e abbaglianti; ma si tratta anche, per il compositore come per l’interprete e naturalmente per il fruitore, di penetrare nella preziosità di dettagli minimi, apparentemente trascurabili, quasi inudibili, che, bruciando nell’attimo, chiedono la massima capacità di attenzione. Non male, secondo noi, in una "civiltà" acustica perseguitata dai decibel!

La seconda ricorsività che segnaliamo, strettamente connessa alla prima, è quella del lavoro costante su ciò che amiamo definire "il respiro della voce". Il compositore di oggi non sempre se ne lascia sedurre, mentre invece in tutti i brani di questo CD si può cogliere l’esigenza, pienamente trasmessa all’interprete e al destinatario finale, di respirare insieme alla voce, dando peso e significato a quegli elementi che altrove non sarebbero considerati propriamente musicali e anzi veri e propri elementi di disturbo: sonorità in pianissimo "sul fiato", sospiri lievi, giochi rumoristici nel transitorio d’attacco del suono e nel suo rilascio, evidenze consonantiche etc. Nella tradizione liederistica tedesca nulla forse di così strano, ma nella sua applicazione alla tradizione italiana, che in un modo o nell’altro risale al belcanto inteso come background cromosomico di riferimento, questo può dar àdito a commistioni chimiche interessanti. Come nel brano di Lombardi, dove Sprechgesang, urla e sospiri si intrecciano con lunghe pause e atmosfere variamente allucinate e il suono sembra essere l’increspatura di uno stato, altrimenti perenne, di silenzio.

Pazzia, allucinazione... e, all’altro capo, lucidità estrema e consapevolezza: questa la terza ricorsività che abbiamo riscontrato. Dal brano appena citato ai «pazzi» (Irren) cui allude il lavoro di Colla, emerge qua e là nel corso del CD una teatralità ben avallata dalla temperie mitteleuropea e corroborata da due testi formidabili e impressionanti di Müller e Rilke. All’opposto, ma lungo il medesimo asse, la lucidità consapevole dei brani di Clementi (Rilke), Manzoni (ancora Rilke), Pinelli (Heine), Solbiati (Hölderlin) e Vacchi (Goethe). Particolarmente in Manzoni e negli ultimi due autori l’atmosfera è tesa come una corda d’arco, cristallina e seducente, e sembra che gli estremi di lucidità e pazzia qui si intersechino a meraviglia. Più orientati verso "antichi sapori" Clementi e Pinelli, il primo per ragioni legate alla data di composizione (1949), il secondo, come già si diceva, per via di una forte fede ghediniana che piega il testo tedesco al suono più rotondo della lingua italiana.

Rimane – ultima ricorsività che rileviamo e che però può rintracciarsi anche nei due CD precedenti, particolarmente nel primo – un punto che affascina e spaventa al tempo stesso l’interprete di oggi e, vorremmo sperare, anche il compositore: la corrispondenza tra simulazione MIDI e interpretazione umana, in altre parole (secondo un leit motiv che non a caso è caro proprio alla cultura germanica) il rapporto tra la macchina e l’uomo. Questa musica così "centellinata", così attenta alle più riposte inflessioni, che non si dà facilmente a chicchessia, sembra voler sfidare la precisione di un meccanismo a orologeria. E tuttavia non ci sarà orologio capace di trasmettere ciò che Paul Klee, raccontando cosa dovesse essere una linea "abbellita" rispetto a una linea tirata dritta, così esprimeva: «Immaginate l’andatura di un uomo accompagnato dal suo cane che passeggia liberamente al suo fianco: questa è una linea abbellita».

E questa vorrebbe essere la musica, tanto più se "liederistica", che il Duo Alterno consegna, o meglio restituisce, nella più totale convinzione che il confronto con la macchina sarà utile e stimolante a condizione che non prevarichi, metaforicamente parlando, le istanze non solo dell’intelletto ma anche del nostro più fedele amico.”




 

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