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La voce contemporanea in Italia vol 2 - Interviste ai compositori

Indice
La voce contemporanea in Italia vol 2
Interviste ai compositori
Recensioni
Interviste al Duo Alterno

Interviste e biografie dei compositori, a cura di Carmelo Di Gennaro

Domande

1. La forma della lirica da camera è generalmente nota nella sua declinazione tedesca, vale a dire il Lied, che ha saputo coniugare grande poesia - soprattutto romantica - e grande musica. Nella cultura musicale italiana, invece, non esiste una simile tradizione, se si eccettuano i lavori di Tosti, Alfano, Casella, Ghedini: questa singolare circostanza è stata in qualche maniera influente nella concezione e poi nella realizzazione del suo pezzo?

2. Fondamentale, come accennato sopra, il rapporto e la relazione col testo. A suo parere, il testo deve rimanere in qualche modo intelleggibile oppure le è servito solo come puro stimolo fonico-ritmico? In che maniera, poi, ha scelto il testo per il suo lavoro e come ha deciso di trattarlo, musicalmente e ritmicamente?

3. Quanto è stato importante, nella genesi del pezzo, pensare agli esecutori - reali o virtuali? Nel senso che sempre, a suo parere, un lavoro musicale andrebbe pensato - anche se in via teorica - sulle potenzialità di un interprete, di uno strumentista, oppure la musica va concepita puramente astratta, anche nella sua realizzazione pratica?

4. Infine, una questione di carattere generale: nell’Europa della globalizzazione e delle post-avanguardie, che cosa significa, per Lei essere “moderni”? E’ una questione che riguarda i generi musicali affrontati, la loro veste musicale, oppure concerne unicamente il pensiero creativo? Ha ancora senso, per lei, questa definizione?

Risponde Ada Gentile

1) La risposta è NO. Il mio pezzo è stato scritto per pianoforte e solo in un secondo tempo, su richiesta del Duo Alterno, ho pensato di aggiungerci un testo che verrà declamato e non cantato.

2) Credo che il testo debba essere sempre intellegibile. Io ho chiesto a Sandro Cappelletto di scrivermene uno spiritoso e divertente che possa legare con il personaggio cui è intitolato il pezzo (Betty Boop).

3) Quando scrivo un pezzo (normalmente su commissione) penso sempre alle potenzialità dell’esecutore.

4) Per me non ha senso la definizione di “moderno”. L’unica modernità, se mai, concerne unicamente il pensiero creativo, come dice lei.

Risponde Ennio Morricone

1) I miei Epitaffi sparsi non sono stati per nulla influenzati dalla grande tradizione del Lied tedesco. È ovvio che, quando si parla di musica per voce e pianoforte, si possa trovare una similitudine tra il Lied e il mio pezzo; ma quello che più mi preme evidenziare del mio lavoro è l’aspetto satirico, l’aspetto critico, l’invettiva che ispira il testo poetico. Si capisce bene che quest’aspetto non è in alcun modo riconducibile né al Lied, né alla tradizione italiana da lei citata (a questo proposito vorrei ricordare anche i lavori di Goffredo Petrassi).

2) Il testo deve sempre rimanere chiaro, intelleggibile, anche se l’idea musicale che parte, appunto, dal testo, deve avere uno svolgimento sufficientemente libero. Dunque, in qualche modo, il testo può venire “sacrificato” dal logico sviluppo musicale. Nel mio caso, io prendo il testo come stimolo, ma poi – detto da uno che ha sempre riconosciuto la musica come ancella della parola – cerco di reagire dando alla musica una sua libertà.

3) Gli Epitaffi sono stati scritti pensando a un cantante/attore, che dunque mimasse certi gesti caricaturali del testo e della musica. Questi pezzi andrebbero recitati, in alcuni casi addirittura mimati, come accade per esempio in alcune composizioni di Paolo Castaldi; la mia idea è che il sostrato polemico di questi testi poetici (di Sergio Miceli) andrebbe messo in risalto il più possibile. Miceli, infatti, ce l’ha con i musicisti, con un musicista in particolare, ma anche con i critici, con un critico in particolare: la mia maniera di dare risalto a questa vis polemica è, per esempio, quella di prescrivere che, in un determinato punto, il pianista canti all’unisono coll’interprete vocale la frase “me ne sbatto”.

4) No. La questione, secondo me, concerne solo il pensiero creativo. Il pensiero creativo, e anche musicale, deve dare la possibilità al compositore di comunicare con un linguaggio “lecito”, nel senso che oramai è passato un secolo dalla rivoluzione schoenberghiana, la quale a questo punto avrebbe dovuto già da un pezzo essere stata introiettata dai compositori. La libertà creativa dovrebbe sempre fare i conti con la possibilità di comunicare con l’ascoltatore.

 



 

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