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La voce contemporanea in Italia vol 6

Indice
La voce contemporanea in Italia vol 6
Note illustrative
Recensioni

Sesto CD della serie La voce contemporanea in Italia, focalizzato sulle interazioni tra suono e immagine, musica e arti visive. In questo nuovo volume edito da Stradivarius (STR 33976) il Duo Alterno, approdando a un classico della contemporaneità (Aria) scritto da John Cage per la voce di Cathy Berberian durante la sua permanenza in Italia nel 1958, interpreta lavori dedicati al Duo da quattro compositori italiani viventi (Luigi Esposito, Giuseppe Giuliano, Adriana Guarnieri, Carlo Alessandro Landini).
Interpreti: Duo Alterno (Tiziana Scandaletti soprano, Riccardo Piacentini pianoforte).

Appuntamenti:
• 13 gennaio, Torino, ore 18, Radio Banda Larga (RBL)
Intervista al Duo Alterno su “La voce contemporanea in Italia”
• 7 febbraio, Bergamo, ore 16, Casa natale di Gaetano Donizetti
Presentazione del CD "La voce contemporanea in Italia – Vol. 6" (musiche di Esposito, Giuliano, Guarnieri, Landini, Cage)

Estratto da "La voce contemporanea vol. 6"



TRACKLIST
Luigi Esposito
Sei metri quadrati (2010)
per voce di soprano e attore/pianista
Dedicato al Duo Alterno
Testo di Guido Barbieri

Giuseppe Giuliano
Click-photofit (2011)
per voce, pianoforte e percussioni leggere
Dedicato al Duo Alterno
Testo di Dan Albertson “pour Henri Cartier-Bresson”

Adriano Guarnieri
Rilke Lieder (2012)
per voce e pianoforte
Dedicato al Duo Alterno
Testi di Rainer Maria Rilke

Carlo Alessandro Landini
Mothers of hope (1997)
“An hommage to Francesco Clemente” per voce e pianoforte
Dedicato al Duo Alterno
Testo di Carlo Alessandro Landini

John Cage
Aria (Milano, 1958)
Versione per voce e pianoforte, con estratti dal “Concerto per pianoforte e orchestra”


Il Duo Alterno racconta...

Non c’è tourneé di concerti, vorremmo quasi dire non c’è viaggio, in cui il Duo Alterno non abbia visitato almeno un museo. E in qualche caso ci siamo esibiti proprio in uno spazio museale, come quella volta indimenticabile al Museo Fernandez Blanco di Buenos Aires dove l’ausiliario, in pieno concerto, si avvicinò a noi con passo guardingo per chiederci a fil di voce se stessimo toccando la cordiera del pianoforte per via di qualche problema allo strumento (!), o quell’altra tra le luci soffuse del Museo Sibelius di Turku in Finlandia, o ancora al Museo de Arte Contemporàneo del Zulia di Maracaibo con un pubblico di giovanissimi inchiodati alle sedie ad ascoltare la commistione tra colto e popolare da Sinigaglia a Ghedini a Berio che per la prima volta ascoltavano, o, più di recente e più vicino a noi, al Museo del Paesaggio Sonoro di Riva presso Chieri in quartetto con la flautista Annamaria Morini e il sassofonista e sound-designer Stefano Zorzanello, per parlare e suonare sui foto-suoni delle cose, presente anche il compositore Michelangelo Lupone, il sociologo Marco Revelli, l’etnomusicologo Guido Raschieri, e via dicendo... Senza contare le diverse volte che abbiamo suonato a Palazzo Rosso di Genova o alla GAM - Galleria d’Arte Moderna di Torino, dove il Duo Alterno negli ultimi dieci anni ha partecipato in prima persona all’organizzazione di eventi, secondo la più intima convinzione che essere interpreti e muoversi nel contempo sul fronte della programmazione artistica siano attività per più versi confluenti e reciprocamente utili per formare un discorso oltre l’impietosa routine performativa che affligge molti organizzatori di concerti così come di riflesso la maggior parte interpreti.
Questa lunga prolusione per dire che è nel nostro sangue, nella nostra più diretta e “naturale” esperienza, anche quando non specificamente richiesta dal lavoro che ufficialmente svolgiamo (vedi le continue visite turistico-culturali ai musei di mezzo mondo), il rapporto costante con l’arte visiva, in questo caso quella di cui templi museali si fanno custodi. Ma non solo. Non rischiando il pericoloso impasse denunciato sin dagli anni ‘30-40 del secolo scorso dal grande storico dell’arte Ananda Coomaraswamy che nei musei vedeva pur sempre un problematico attentare a quella linfa vitale di ogni prodotto artistico che è il suo corretto “uso” e contesto di appartenenza (si veda lo splendido Il grande brivido. Saggi di simbolica e arte, a cura di Roberto Donatoni, Milano, 1987), ci siamo sempre premurati come musicisti di vivere lo storico rapporto suono-immagine direttamente “sul campo” e in più modi. Eccone alcuni che ci sembrano rilevanti e non del tutto scontati.
In primo luogo, così come accade senza mezze misure in questo sesto CD de La voce contemporanea in Italia, è importante a nostro avviso “vivere” l’impatto grafico voluto dagli autori nei loro manoscritti o nelle edizioni finali da loro stessi curate quando ne abbiano seguito passo a passo la stesura tipografica. È un discorso, questo, che vale in modo speciale per la musica scritta degli ultimi decenni (mentre non si pensa normalmente di fare qualcosa di simile, poniamo, per un manoscritto di Beethoven che rimanda alla sua “neutra” pubblicazione, a meno di dover fare ricerche calligrafiche o quant’altro). Ed è un discorso che emerge nella sua evidenza se si apre una qualunque delle partiture incluse nel CD, dalla densità pittografica, vagamente criptica, dei Rilke Lieder di Adriano Guarnieri (non a caso sui testi passionali e traboccanti di immagini metaforiche di Rainer Maria Rilke), alla “metafisica di oggetti” (grafici e fisici) evocati nel lavoro di Giuseppe Giuliano sul fotografo Henri-Cartier Bresson e i testi aforistici e visionari di Dan Albertson, alle pitture musicali o musiche pittoriche di Luigi Esposito che sui testi sanguigni, se non sanguinolenti, di Guido Barbieri rimanda alle fortissime immagini di denuncia su Guantanamo, agli espliciti riferimenti all’omonimo quadro del napoletano-newyorkese Francesco Clemente nel raffinatissimo acquerello musicale Mothers of hope di Carlo Alessandro Landini, per concludere con uno dei lavori archetipici di John Cage che nel 1958 a Milano firmava venti pagine pentalingui i cui dieci diversi « styles of singing» corrispondono sulla carta a colori diversi e a gestualità grafiche che anticipano di otto anni i fumetti musicali di Cathy Berberian (a cui il pezzo di Cage è dedicato) e molti dei lavori variamente pittografici degli anni Sessanta e oltre, da Berio a Maderna a Bussotti...
In secondo luogo, nel corso degli anni le nostre performance sono sempre più diventate di tipo “sinestesico”. Sì, perfomance sinestesiche nelle quali voce, parola, suono, gesto, immagine... concorrono insieme e vengono resi per così dire “vicini”, quasi si potessero ascoltare-vedere-gustare-toccare, persino odorare, nel momento del loro accadimento; performance-eventi delle quali la musica è elemento certo inalienabile e trainante, ma non l’unico né l’unica essenza. Focalizzandoci sul rapporto suono-immagine, ogni nostra performance ha sempre più puntato, laddove possibile, su videoproiezioni, movimenti scenici (ivi compresi quelli delle presentazioni verbali intese come parte integrante dello spettacolo), “foto-suoni” registrati durante le varie fasi delle tournée e diffusi in tempo reale attraverso gli impianti audio volta a volta disponibili, per comunicare all’evento una dimensione maggiormente prospettica e tridimensionale, in particolare attraverso gli interludi pianistici. Ciò è vero anche quando in loco non c’è stata la possibilità di utilizzare mezzi elettronici o multimediali, perché la progettazione in cui abbiamo creduto e tuttora crediamo, a partire dalla scelta dei brani e del loro reciproco inanellarsi all’interno del programma, presuppone e implica la concezione sinestesica. Parafrasando Rilke, «a noi piace sentire [e vedere] le cose cantare!».
C’è una terza prospettiva nella quale viviamo il rapporto tra suono e immagine, ed è, riprendendo l’accenno ai “foto-suoni”, quella che riconnette ogni nostra esperienza performativa a precise memorie di luoghi e situazioni, memorie intrise di dati di natura semantica sia acustica sia visiva che si sono prodotti (assai più che sommati) nel nostro intimo e lì continuano a vivere. A una specifica tipologia di suoni corrisponde una specifica tipologia di immagini, la relazione tra i due mondi è in realtà un solo mondo e solo quello, unico e inconfondibile per quanto possa in qualche caso somigliare ad altri. Tornando ai brani inseriti nel CD, noi non possiamo non associare Sei metri quadrati al contesto della sua prima esecuzione, il BKA Theater di Berlino, e nello stesso tempo alla memoria (per noi solo immaginaria) di un altro luogo a cui si ispira il lavoro, le celle di sei metri quadrati delle prigioni di Guantanamo nell’isola di Cuba narrate con virulenza dai testi di Guido Barbieri. Così, la prima esecuzione di Click-photofit ci rimanda inevitabilmente sia alla figura indimenticabile di Quirino Principe che con noi ha condiviso il concerto alla GAM di Torino sia alle immagini retroproiettate di Henri Cartier-Bresson (di cui ricorre proprio nel 2014 il decennale della scomparsa) che hanno accompagnato la performance, per non dire dei molteplici luoghi che fino ad oggi hanno funto da sfondo alle esecuzioni dei primi due Rilke Lieder di Guarnieri (Berlino, Colonia, Amburgo, Basilea, Toronto, Montreal, Torino, ecc.) e del breve e intensissimo Mothers of hope di Landini (Genova, Torino, Albuquerque, Los Angeles, Berlino, ecc.). In tutti questi casi, per quanto si senta ancora affermare che la musica è un’arte assoluta che esprime null’altro che se stessa, la “chiave di lettura” ovvero il tramite delle immagini ha un significato profondo per chi interpreti o “semplicemente” ascolti i suoni facendosene partecipe. Nessuno, a meno che non possa fare altrimenti oppure lo voglia espressamente, ascolta in genere ad occhi chiusi e, mentre ascolta, sempre vede qualcosa o qualcuno. L’interprete, primo ascoltatore di se stesso, non fa che proiettare il suono in un universo di colori e immagini. Non sarà un caso se il timbro è spesso chiamato “colore”, e non solo nella lingua italiana, e se tante metafore visive vengono utilizzate in ambito musicale.
Per concludere, provvisoriamente s’intende, vi invitiamo a dare “un’occhiata” (è il caso di dire) a quel libro archetipico sul mondo dei sordo-muti che è Vedere voci del neurologo Oliver Sachs, tradotto in italiano per le Adelphi di Milano nel lontano1990. Vi ritroverete le più impensate affinità tra l’universo dell’occhio e quello dell’orecchio. Sachs, citando a sua volta uno scritto non meglio definito di Stokoe datato 1979, dice che «il parlato ha una dimensione sola che è la sua estensione nel tempo; la scrittura ne ha due; i modelli [plastici] tre; solo le lingue dei segni dispongono di quattro dimensioni: le tre dimensioni spaziali accessibili al corpo del segnante e la dimensione temporale». Come la musica! E, a maggior ragione, quella che esplicitamente si riconnette alla galassia inesauribile dei segni-immagine.



 

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