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Casella - Liriche - Note illustrative

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Casella - Liriche
Note illustrative
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I tre volti di Alfredo Casella

Nato a Torino nel 1883, Alfredo Casella si trasferì a Parigi a tredici anni, nel 1896, per compiere gli studi musicali in una grande città musicale europea. Il suo destino artistico fu segnato da questa scelta. Rimase a Parigi fino al 1915, assorbendo gli stimoli eccezionali che l'ambiente poteva offrirgli. Entrò in conservatorio, superando l'esame d'ammissione con una giuria presieduta dal severo Théodore Dubois. Studiò il pianoforte con Louis Diémer ed ebbe occasione, inoltre, di frequentare la classe di composizione di Gabriel Fauré. Nel milieu parigino strinse amicizia con interpreti leggendari quali Alfred Cortot, Pablo Casals e protagonisti del modernismo musicale del Novecento quali Claude Debussy, Igor Stravinskij, Maurice Ravel.

Le liriche da camera raccolte nella presente incisione permettono di seguire le tappe dell'evoluzione creativa di Casella: tre volti di una produzione notoriamente eclettica, nella quale si rispecchia la sua inquieta ricerca di un'identità stilistica personale. Questa ricerca - sovente caratteristica del compositore-interprete - affonda le radici nell'horror vacui della psicologia di Casella e nella sua reazione ad una fase di profondi rivolgimenti storici e culturali.

Parlando nell'autobiografia I segreti della giara della Parigi dei primi del secolo, il compositore ricorda l'importante ruolo svolto dall'editore Albert Zunz Mathot nel promuovere la musica dei giovani compositori. Nel suo negozio del boulevard Haussmann si incontravano molti di loro tra i quali Huré, Inghelbrecht, Ravel, Schmitt e talvolta anche Erik Satie. Incoraggiavano la nuova musica anche i salotti aristocratico-borghesi della città - si pensi ai coniugi Godebski, legati a Ravel e alla sua cerchia - che ospitavano esecuzioni di musica strumentale e vocale da camera.

La tradizione della mélodies francese per voce e pianoforte, che esprimeva il raffinato rapporto tra musica e poesia caratteristico dell'Ottocento, trovò in queste circostanze, occasione di svilupparsi. Il genere era fiorente, com'è noto, nell'ambiente frequentato da Casella in quegli anni.

Le tendenze della décadence spingevano i compositori verso la poesia simbolista di Baudelaire, Mallarmé, Verlaine o, con gusto arcaizzante, verso la poesia medievale e rinascimentale. Tra i numerosi esempi, vale ricordare le Ariettes oubliées (1888) e i Cinq poèmes de Baudelaire (1889) di Debussy; La bonne chanson (1892) di Fauré, o gli Epigrammes de Clément Marot di Ravel.

Le liriche giovanili di Casella, pubblicate principalmente da Mathot, si inseriscono in questo contesto culturale e musicale, con particolare riferimento, sul piano delle prevedibili influenze compositive, alla figura di Fauré.

Nuageries (1903) e En ramant (1905) mettono in musica, con tipica attitudine descrittiva , testi tratti dalla raccolta La Mer di Jean Richepin (1849-1926), singolare figura di scrittore dalla vita burrascosa che pare voler ricalcare il cliché del poète maudit.

Con La Cloche fêlée (1904), su una poesia di Baudelaire, e Soleils couchants (1905), dai Paysages tristes di Verlaine, Casella affronta due componimenti di poeti maggiori. Lo straordinario climax espressivo del testo baudelairiano, che passa dalla malinconica evocazione notturna iniziale al cruento, quasi espressionistico finale, viene colto efficacemente dal compositore, portando la linea vocale, in crescendo, su un acuto Sol diesis conclusivo, in fortissimo.

Non meno propriamente, Casella coglie la tipica langueur verlainiana di Soleils couchants attraverso una figurazione statica dell'accompagnamento, appena mossa dalle increspature cromatiche della voce. In Soir païen (1905) il testo di Albert Samain (1858-1900), un letterato simbolista cui si era rivolto anche Fauré, presenta un luogo tipico della poesia decadente: l'ambientazione arcadico-mitologica, filoellenica. Casella segue il succedersi delle immagini, prive di continuità narrativa, destinando ad esse differenti figurazioni di accompagnamento, armonicamente e timbricamente dense. Al contrario, Sonnet (1910), su testo di Pierre de Ronsard (1524-1585), adeguando al madrigalismo dei versi un'economia di mezzi che pare preannunciare le future svolte neoclassiche, mostra un tessuto musicale e una linea vocale più contenuti.

Le Deux chansons anciennes, pubblicate da Mathot nel 1922, ma in realtà nate da un bando di concorso del 1912 della "Maison du Lied" di Mosca dedicato all'armonizzazione di canti popolari su melodia data (di cui una a scelta del compositore), testimoniano l'interesse di Casella per la musica popolare, già peraltro emerso nella rapsodia sinfonica Italia (1909). L'attenzione per il folklore, che affondava le radici nel nazionalismo musicale del secondo Ottocento, si articolò, con il nuovo secolo, in approcci differenti per consapevolezza culturale e trattamento del materiale: si pensi, ad esempio, all'eccezionalità e originalità del caso Bartók,. In Golden slumbers kiss your eyes, una ninna-nanna del XVII secolo e Flaïolet, di anonimo del XIII secolo, si avverte il proposito di trattare il materiale popolare con un accompagnamento armonico di certo misurato ma "sapiente" e arricchito di suoni estranei all'armonia.

Il fatidico biennio 1912-13, con le esecuzioni del Pierrot lunaire di Schoenberg e del Sacre du printemps di Stravinskij, apre una nuova fase nella produzione di Casella. Già con Notte di maggio (1913), per voce e orchestra, su testo di Carducci, ma ancor più con i Nove pezzi (1914) per pianoforte, il compositore accoglie ed elabora il nuovo lessico della musica moderna. Definirà egli stesso questo periodo creativo, che coinciderà peraltro con il suo rientro in Italia nel 1915, come una crisi dominata dal "dubbio tonale", da un'esasperazione cromatica che lo conduce alle soglie dell'atonalità schoenberghiana. Nel contempo egli non disdegna di assumere, con spirito eclettico, stilemi percussivi bartókiani o sovrapposizioni politonali di provenienza stravinskiana.

Le quattro liriche che compongono L'Adieu à la vie (1915) appartengono a questa fase. Casella sceglie quattro prose poetiche di Rabindranath Tagore (1861-1941), scrittore indiano che aveva assunto grande notorietà internazionale con l'assegnazione, nel 1913, del premio Nobel per la letteratura. Dall'opera Gitañjali, giudicata meritevole del Nobel, il musicista seleziona quattro liriche, nella traduzione di André Gide E' difficile cogliere nella lettura caselliana dei testi di Tagore la serena accettazione della morte come naturale passaggio, perfino desiderato, per il ricongiungimento a Dio, tipica manifestazione del misticismo panteistico del poeta. Vi è piuttosto in Adieu à la vie un angoscioso stupore, dietro il quale scorrono i tragici avvenimenti bellici, che si traduce in un vagare armonico senza approdo, in una ricerca timbrica spenta e priva di compiacimenti.

Con gli Undici pezzi infantili (1920), per pianoforte, Casella volta le spalle al "dubbio tonale" e vara, sulla scia dell'ideologico rappel à l'ordre del dopoguerra, il suo progetto neoclassico. L'idea di una via italiana alla modernità - che differisse "tanto dall'impressionismo francese, quanto dalla decadenza straussiana, dal freddo scientismo di Schoenberg, dalla sensualità iberica, dall'audace fantasia degli ultimi ungheresi", come egli aveva scritto nel 1918 sulla rivista "Ars nova" - divenne il suo nuovo credo estetico. Tale modernità doveva assumere le forme chiare e lineari del paesaggio e dell'arte nostrani.

Questo orientamento traspare nell'arcaismo, votato ad una essenzialità di linee e tendenzialmente diatonico, delle Tre canzoni trecentesche (1923), su testi di Cino da Pistoia, e di poeti anonimi, o nel buon umore popolaresco delle Quattro favole romanesche di Trilussa (1871-1950) nelle quali l'ironia tagliente dei versi trova eco nella secca nettezza della musica. (Raffaele Pozzi)



 

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