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Alfano - Liriche da Tagore - Note illustrative

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Alfano - Liriche da Tagore
Note illustrative
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Le liriche di Franco Alfano

Va subito detto che le Liriche di Franco Alfano (1875 – 1954) non van guardate come momenti marginali o addirittura come separati dal resto dei suoi lavori più elaborati epiù orgogliosi o intimidatori: opere teatrali, Sinfonie, Quartetti, etc.: sono forme stringatissime che adunano e affinano particolarissime virtù dello spirito e della materia musicale.

Sono l’ultima e più assoluta sintesi di concretezza espressiva e di magistero artigianale. Alfano stesso, invitato a presentare un concerto di sue musiche nella sala del Conservatorio di Napoli il 16 marzo 1953, disse: “Nella mia produzione le Liriche assumono un posto assai importante, niente affatto secondario a quello occupato dalle più complesse composizioni teatrali e sinfoniche.

Ho sempre pensato che una Lirica, una bella Lirica naturalmente, sta ad una Sonata, ad un Quartetto, ad una Sinfonia come un Sonetto sta ad un Poema”.

Tra i tanti poeti ai quali s’ispirò (Lamartine, Hugo, De Musset, Rilke) Alfano ebbe privilegiati rapporti con la poesia dell’indiano Rabindranath Tagore (1861 – 1941), autore anche di drammi, di saggi citici, di opere filosofiche e religiose, e perfino di quadri pittorici. Tagore è il poeta per eccellenza di Alfano. Nel corpus delle Liriche del musicista napoletano (una sessantina, circa) il nucleo più consistente è dato dai testi del poeta di Calcutta: ben 26.

Ciò conferisce ad Alfano una rilevanza tutta singolare e preponderante nella schiera dei compositori che attinsero alla poesia di Tagore: Janacek, Zemlinsky, Schönberg, Respighi, Frank Bridge, Pizzetti, Szymanowski, Mihlaud, Malipiero, Casella, Ghedini, Castelnuovo-Tedeschi e Ravi Shankar, per non citare che i più noti.

Alfano “fraternizza” con Tagore nell’unicità di quei sentimenti ove la gioia estatica dei sensi e la religione per la Natura formano un solo mito d’amore. Il loro connubio artistico avviene per trasfusione di spiriti, essendo entrambi sensisti e spiritualisti, come quelli ai quali il senso non è l’immediata “passione” ma la percezione di una passione che s’affida alla consolazione di un arcano sospirar d’amore che si può perfino scambiare come un modo di mistica invocazione.

L’amore fisico diventa amore per il trascendente e viceversa. Un erotismo giocato a mo’ del Canticum Canticorum dell’Antico Testamento. La sensualità dell’arte di Tagore e di Alfano nonè una sensualità allo stato primitivo e ferino, come spesso tale parola è detta con l’intenzione negativa, bensì una sensualità in cui si forma l’espressione contemplativa del senso: una sensualità avida di poesia e di musica, un che di astrale e magico che s’apre ad esprimere una liricità amorosa e stupita.

La poetica di Tagore è assetata di bellezza ed ebbra d’amore; i suoi desideri, errando per cieli platonici, hanno un senso quasi di preghiera: quello di comunicare col divino che è in ogni creatura.

Il suo lievito ispiratore è l’amore come culto di sentimenti e di voci che si beano di poesia in una celebrazione panteistica della vita, ora interrogando il mistero dell’essere, ora evocando la nostalgia delle cose, ora struggendosi in fremiti passionali. Nell’amore e nella natura Tagore ravvisa la traccia dell’Ente e dell’ Uno; nel finito l’Infinito. Alfano fu affascinato da questa mistica indiana che sta tra Teismo e Panteismo; restò folgorato dalla professione naturale di tanta altezza poetica non prima conosciuta e di tanta fede nei sentimenti umani.

Lyric of Love and Life è il titolo che Tagore diede alle sue poesie; e Alfano, che già stava per dar canti e armonia all’India di quel che sarà il suo capolavoro teatrale Sakuntala, dichiarò: “Mai mi sono sentito così tanto pieno di musica come nel mito umano e religioso dell’India”. In queste Liriche d’Amore e di Vita la poesia di Tagore si fa musica di Alfano, e la musica di Alfano si fa poesia di Tagore. La virtù poetica e quella musicale sembrano appartenere alla stessa anima. Il loro canto risale dall’ebbrezza dell’affetto terreno al senso mistico dello spirito, per cui non riesci a comprendere se è un canto d’amore o un canto religioso, né distingui se chi canta è un uomo o una donna, se è l’anima che cerca il divino o è la sposa che brama lo sposo. Il certo è che sia la poesia sia la musica bruciano di contenuto erotico, di quell’eros ch’è sì frequente nei mistici d’ogni tempo e luogo i quali, nella trascendente ricerca del divino, si esprimono a mo’ dell’amore sensibile terreno.

Le due sillogi poetiche tagoriane dalle quali Alfano selezionò ventisei testi sono: Gitanjali, cioè “Canti di offerta” (che potremmo definire anche “Raccolta di preghiere”) e il Giardiniere, cioè colui che coltiva la propria coscienza. Alfano si servì della prima traduzione italiana edita da Gino Carabba di Lanciano nel 1914-1915. La visione musicale di Alfano è un canto segreto che non comporta lunghi sviluppi e si svolge in un registro quasi sempre di tessitura centrale, senza mai spingere la voce ai limiti estremi, così come si conviene al lirismo platonico tagoriano. Inoltre, usa due procedimenti di costruzione musicale che a un punto si congiungono e rivelano l’unicità della

loro sorgiva. Il primo indulge più all’affetto melodico; il secondo, invece, s’impegna insistentemente a tramare strutture vocali e strumentali con inesorabile dottrina, talvolta con asprezze che però sempre chiudono e proteggono gamme di lirica commozione. L’uno esalta la cordialità della melodia; l’altro si carica del sublime accoramento che Alfano porta in sé e che rende più intenso e arcano il suo canto. Molte delle sue Liriche non sono ancora conosciute in tutta la loro dovizia inventiva. E sono difficili sia per la materia strumentale assai impegnata, sia per la concettosa virtualità del canto troppo assorto e dissimulato nel sottinteso lirico della fantasia e dell’ispirazione. Per Alfano l’addensata e tesa e lampante commozione lirica è uno dei modi connaturali della sua poetica, la tecnica stessa, se così può dirsi, della sua sensibilità. (Rino Maione)




 

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