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La voce contemporanea in Italia vol 4

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La voce contemporanea in Italia vol 4
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CD Stradivarius (Milano, 2009) prodotto da Rive-Gauche Concerti con il sostegno di Regione Piemonte e Fondazione CRT.
Quarto CD della serie dedicata al repertorio vocale da camera italiano del '900 e contemporaneo.
Interpreti: Duo Alterno (Tiziana Scandaletti soprano, Riccardo Piacentini pianoforte), con la partecipazione del Penderecki String Quartet.
Note musicologiche di Quirino Principe.

Estratto da "La voce contemporanea vol. 4"


TRACKLIST

Sylvano Bussotti
Lachrimae (1978)
per ogni voce. Un balletto ideale
Versione per voci e pianoforte autorizzata dall'Autore
Frammenti di lingua inglese, tedesca, francese antica, italiana
Edizioni Ricordi

Mauro Bortolotti
Schatten (1995)
Ein Spiel (1995) (...)
per soprano e pianoforte
Testi di Michael Marshall von Biberstei
Inedito

Marcello Abbado
Vocalizzo sopra “Ma se mi toccano dov'è il mio debole” dal Barbiere di Siviglia (1997) (...)
per voce femminile e pianoforte
Dedicato al Duo Alterno
Inedito

Gilberto Bosco
...im Traume (2007)
per soprano e pianoforte
Testo di Heinrich Heine
Dedicato al Duo Alterno
Edizioni Suvini Zerboni

Cathy Berberian
Stripsody (1966)
per voce sola
Graphics by Roberto Zamarin
Edizioni Peters

Franco Donatoni
...ed insieme bussarono (1978)
per voce femminile e pianoforte
Testo di Kabir
Edizioni Ricordi

Riccardo Piacentini
An Mozart (2008)
versione per soprano, pianoforte, quartetto d'archi e foto-suoni
Testi liberamente tratti da Johann Georg Jacobi e Johann Peter Uz
Con la partecipazione del Penderecki String Quartet
Inedito
Dedicato al Penderecki String Quartet

Il Duo Alterno racconta...

"Tradizione" significa etimologicamente "consegna", "trasmissione". Questa avviene, per usare la terminologia dell’etologo Richard Dawkins, attraverso due vie: i "geni" e i "memi", intesi come bagaglio informativo veicolato dalla cultura. In apparenza, o per studiata recita, molti dei compositori che hanno mosso i loro primi passi negli anni ‘50-60 dimostravano una forte propensione a far tabula rasa dei "memi" del passato. E si può anche dire che un frequente malinteso legato alla parola "creativo", applicata come bollino di garanzia ad ogni espressione artistica a partire dai primi decenni del ‘900 (cfr. Cor Blok in Feyerabend e Thomas [a cura di], Arte e scienza, tr. it. Milano 1989), ha contribuito a ratificare una stretta quanto non necessaria relazione tra arte e novità, meglio se dissacrante.

A questa illusoria dissacrazione, peraltro responsabile di aver prodotto notevoli capolavori, è dedicato il quarto volume de La voce contemporanea in Italia, concepito trasversalmente tra passato e presente, tra urgenze dell’oggi e memorie di un passato qualche volta lontano – con tanto di citazioni di testi, anche medievali, e di musiche da Debussy a Brahms, Schumann, Rossini, Mozart e oltre –, un passato che non cessa di essere "memeticamente" vivo e ricco di sollecitazioni.

I due momenti emergenti di questo percorso di ricerca di cui il Duo Alterno si è innamorato sono forse i lavori, ormai storici, di Sylvano Bussotti (Lachrimae) e di Franco Donatoni (...ed insieme bussarono). Sarà un caso, ma entrambi sono stati scritti nel 1978, che è l’anno immediatamente precedente a quello in cui una delle due metà del Duo Alterno imboccava la strada della "composizione contemporanea", e lo faceva incrociando sul suo cammino proprio Bussotti. Siamo nel 1979. Pochi anni e nel 1983 ci sarebbe stato l’incontro con Donatoni, più che un incontro un’autentica frequentazione "da vicino", e senza pause, per quattro anni consecutivi, poi decisamente più rarefatta. Il Duo Alterno non era ancora costituito, ma in qualche modo le sue basi erano già poste.

Sia Bussotti sia Donatoni, pur così diversi, hanno (ma per Donatoni bisogna purtroppo dire aveva) una consapevolezza storica di eccezione e una preparazione, almeno sul fronte della tradizione occidentale, di grande respiro. La "totalità" con cui si è espresso e si esprime tutt’oggi Bussotti – dalla composizione tout cour intesa, alla pittura, la danza, la letteratura, il teatro – è per il Duo Alterno un esempio da tradurre in ogni performance artistica, dove l’esecutore si amplifica nella figura dell’ermeneuta e creatore che partecipa dell’opera e crea l’opera stessa, sotto tutte le declinazioni possibili, non meno di quanto lo possa fare il compositore. Lachrimae, che il Duo Alterno ha preparato mantenendo un link costante con Sylvano ma salvando la propria autonomia interpretativa, è in questo senso un vulcano quasi indicibile di stimoli che ti catapulta su più dimensioni tra passato e presente: i testi sono tetralingui (Francese antico, Inglese, Tedesco, Italiano spesso scomposto in sillabe e fonemi), i grafismi che evocano suggerimenti gestuali sono a bella posta polivoci e ondeggiano tra movenze di danze cicisbee e prosaica quotidianità, le sequenze di note sono citazioni più o meno segrete e intimamente espressive, variamente somiglianti a qualcosa di déjà vu o, meglio, di déjà ecouté. Immergersi in questa frenesia creativa che attraversa in una sola pagina secoli e secoli di storia è un’avventura unica ed entusiasmante, rinnovabile in mille modi diversi.

Per ...ed insieme bussarono valgono l’affetto, il ricordo, le lezioni di scuola e di vita che l’insegnante e amico Franco ci ha trasmesso (anche questa è tradizione!). Si è trattato di quasi vent’anni. Tra l’80 e il ‘90 Donatoni usava richiamare spesso gli autori del ‘7-800 e citava frequentemente Haydn, qualche volta Beethoven, soprattutto Bach, su cui lavorò a una versione a dodici voci dei contrappunti dell’Arte della fuga. Ma negli ultimi anni aveva assunto un atteggiamento che, in barba allo strutturalismo che pure gli era incontestabilmente caro, si avvicinava a una sorta di "post-anarchismo" per il quale funzionava bene il motto di Paul Feyerabend, e non solo suo, «anything goes». Con questa immagine se n’è andato e con questa il Duo Alterno lo porta in sé, trasferendo nella sua lettura di ...ed insieme bussarono rigore e anarchia insieme. Come sia possibile, lo racconta a nostro avviso qualunque lettura "filologicamente corretta" della musica di Donatoni.

Il CD conta, a dire il vero, un altro lavoro ormai storicamente acquisito e di indubbio rilievo: è il gestualissimo Stripsody di Cathy Berberian, del 1966, che abbiamo tentato almeno un paio di volte di sottoporre all’ascolto di Luciano Berio durante i nostri incontri a Firenze e Roma, senza però riuscirci, perché lui preferiva ascoltare altri brani e probabilmente riteneva che quel brano dovesse rimanere custodito nei master incisi da Cathy e da lei soltanto. Noi, come già altri performer, abbiamo dissacrato questo tabù, lavorando da un lato sul segno contenuto sulla partitura e dall’altro sulle registrazioni della Berberian. Anche qui il risultato è un mix di passato e presente, non solo perché nella partitura sono presenti citazioni da Brahms ai Beatles, ma perché il temperamento di Tiziana si innesta senza falsi pudori, qui e adesso, sui materiali preesistenti assunti come fulcro per ulteriori indagini. E certo è stato problematico e al tempo stesso molto intrigante fare in modo che la gestualità fisica richiesta dal pezzo si trasferisse per studiato incanto su un rigido supporto ottico e per di più digitale.

L’avventura gestuale, questa volta con un dichiarato link al più famoso dei barbieri, quello di Rossini, prosegue con l’equivoco ma non troppo Ma se mi toccano [...] di Marcello Abbado, lavoro a noi espressamente dedicato, che ci dà una versione attualizzata e... "contestualizzata" (visto che il Duo Alterno è un duo anche al di fuori dell’attività artistica) delle malizie del personaggio di Rosina. Qui si fondono teatralità tradizionalmente intesa e gestualità contemporanea, con generoso uso di extended techniques sia al pianoforte sia soprattutto alla voce, ora sospirosa, ora lamentosa, ora esagitata e stridula, in un godibilissimo gioco di titillamenti in progress che bene si intonano ai lavori di Bussotti e Berberian. La tradizione non potrebbe essere più rispettata e, insieme, tradita.

Sorridente, e in più post-moderno, è anche il brano mozartiano che il Duo Alterno ha confezionato per questo CD insieme al Penderecki String Quartet. Lo abbiamo provato dal vivo tre volte prima di inciderlo: al SoundaXis Festival di Toronto, al Festival Mozart di Rovereto (con il Quartetto Kernel) e nella stagione di Musiche in mostra alla GAM di Torino. Il lavoro però non vuole essere in sé dissacrante, meno che mai nei confronti di Mozart, ma (soltanto?) utilizzare i materiali melodici di due Lieder mozartiani i cui titoli iniziano per An contrappuntandoli secondo codici odierni più o meno criptici. Potrebbe sembrare, detta così, un’operazione asettica e di ordine puramente meccanico, ma una ricca presenza di foto-suoni (ossia reportage acustici che in questo caso sono stati raccolti a Graz e Vienna e sulla cordiera di uno splendido pianoforte Grotrian-Steinweg) unita alle caratteristiche modulari del lavoro (eseguibile per solo quartetto, o per quartetto e foto-suoni, o ancora per quartetto, foto-suoni, soprano e pianoforte) con una voce birichina che smozzica e ricompone le quintessenze mozartiane, tutto questo comunica una curiosa e un po’ destabilizzante mobilità di prospettive, come un gioco di scatole che scivolano più o meno imprevedibilmente l’una sull’altra e, nella versione con voce, da questa vengono in qualche modo pilotate e rimesse ognuna al proprio posto. La voce è il vero guardiano di questo pezzo, la "trovata" che ne trasforma con un clic il senso.

Più "seri", ma non certo accigliati, i rimandi a un post-impressionismo temperato da movenze viennesi (vere e proprie citazioni di stile) nei due brani in lingua tedesca di Mauro Bortolotti. A questo compositore, già allievo di Petrassi e scomparso poco dopo l’uscita del nostro terzo volume de La voce contemporanea, abbiamo voluto dedicare uno spazio duplice. Mauro teneva che questi due piccoli Lieder venissero eseguiti insieme, anche se, stando alla partitura, non vi corre obbligo a farlo. Oltre ad averli presentati più volte in pubblico, li abbiamo eseguiti a tu per tu nel suo studio scoprendo che ne voleva un’interpretazione mitteleuropea più che francese. Uno di questi, il secondo, lo abbiamo anche eseguito in sua presenza a Roma pochi mesi prima che morisse. È stata un’esperienza davvero interessante. Dapprima Bortolotti si impettì perché il lavoro non era accoppiato all’altro (dov’era scritto che così dovesse essere?), ma poi gli applausi del pubblico per quel singolo Lied così breve e fulmineo furono tanto convinti e convincenti che prontamente lui cambiò idea. È questa la ragione per cui vorremmo invitare ad ascoltare questi due Lieder sia separati sia insieme, quasi un dittico le cui parti sono perfettamente autonome, constatando che l’uno o l’altro tipo di ascolto funzionerà comunque, e ovviamente con esiti diversi. Altro esempio di "poliprospettiva".

A Schumann si riconnette infine il brano che Gilberto Bosco ci ha da poco dedicato e che, fresco di scrittura, abbiamo eseguito a Berlino, Wolfsburg, Monaco e Colonia. La voce si muove in volute di forte emozionalità sugli appassionati versi di Heine che già erano serviti a Schumann per il suo indimenticabile Dichterliebe op. 48. Le qualità "memiche" si traducono qui in una profonda immedesimazione da parte del compositore nel celebre testo Ich grolle nicht e in una tipologia di lettura che è molto simile, ma proiettata verso una sensibilità più vicina all’oggi, a quella che ne aveva dato Schumann. L’affondo nella tradizione è completo, il pianoforte ripropone note ribattute analoghe a quelle del Lied schumanniano, la voce è espressivamente tesa sin dal principio e cresce, cresce sempre... La trama è sostanzialmente la stessa e, proprio per questo, il "tradimento" è implicito, non meno che sincero.



 

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