Il presupposto che sta alla base della nostra teoria della sonorizzazione è la constatazione che nessun ambiente “vivo” è mai in perfetto silenzio nè privo di riverberazione, neppure un museo.
Un museo, in altri termini, non può
essere acusticamente “vuoto” né somigliare a una “camera anecoica” (vedi
Thesaurus).
Un museo ha sempre un proprio habitat sonoro ed è abitato da suoni indipendemente dalla presenza o meno di sonorizzazioni.
«Paesaggio sonoro
– nelle parole di
Murray Schafer
– è un qualsiasi campo di studio acustico.
‘Paesaggio sonoro’ è una composizione musicale, un programma radio o un ambiente»
(The tuning of the world,
Toronto-New York 1977) e
l'ambiente-museo vi rientra a pieno titolo. Al suo interno vengono prodotti
suoni di voci, passi, condizionatori d'aria; dal suo esterno possono filtrare
suoni di clacson, pioggia, sirene...
«Il paesaggio sonoro – aggiunge Schafer – è una composizione indeterminata sulla quale non possediamo alcuna possibilità di controllo, oppure ne siamo noi stessi i compositori e gli esecutori, siamo noi i responsabili della sua forma e della sua bellezza?». In altri termini, il paesaggio sonoro di un museo è orchestrato o non è orchestrato?
Il problema è dunque: questo habitat, questo paesaggio preesistente viene lasciato a se stesso oppure viene governato? E come?
Determinare la specifica connotazione paesaggistico-sonora già esistente in un museo (connotazione che preesiste a qualunque forma di sonorizzazione), definendone il tipo di controllo desiderato e di organizzazione, è l'obiettivo di questa parte conclusiva dello Schedone.
Paesaggio indoor, outdoor, indoor/outdoor
| Indoor | Paesaggio sonoro museale esclusivamente al chiuso |
| Outdoor | Paesaggio museale esclusivamente all'aperto |
| Indoor/outdoor | Paesaggio museale sia al chiuso sia all'aperto |